Anca

Eclepta / Anca
  • Introduzione
  • Infortuni e Patologie
  • Interventi Chirurgici
  • Riabilitazione

L’articolazione dell’anca (o coxo-femorale) unisce il femore all’osso dell’anca. Analogamente a quanto accade nell’omologa articolazione scapolo-omerale, le superfici articolari non sono perfettamente corrispondenti. Un cercine glenoideo, il labbro dell’acetabolo, provvede ad ampliare la superficie della cavità e a renderla atta a contenere la testa del femore.

 

A differenza del labbro glenoideo dell’articolazione scapolo-omerale, che non ha altra funzione se non quella di ampliare la corrispondente cavità, il labbro acetabolare ha un’importante ruolo nell’unione tra femore e anca; è quindi un mezzo di contenimento dell’articolazione.

 

I mezzi di unione sono rappresentati dalla capsula articolare cui si appongono tre lega­menti di rinforzo, e da un legamento a distanza intraarticolare, il legamento rotondo.

  • Pubalgia

    Con il termine pubalgia si intende un dolore localizzato nella zona dell’interno coscia e dell’inguine esacerbato dai movimenti bruschi e dall’attività fisica. Solamente nel 12% dei casi la sindrome dolorosa si presenta bilateralmente (Gilmore, 1998).
    La pubalgia è una patologia complessa proprio per le cause che sono alla base della sua insorgenza, basti pensare che alcuni autori (Jarvinen e coll., 1997; Gal, 2000) individuino da 15 a 72 cause di pubalgia, che comprendono per la maggior parte patologie muscolari e tendinee (tendinopatie inserzionali, calcificazioni ectopiche, avulsioni, ernie) ma anche patologie di tipo osseo ed articolare, come fratture da stress, osteocondrosi od osteonecrosi, alle quali si aggiungono patologie di tipo infettivo e tumorale, borsiti, “intrappolamenti” nervosi, pubalgie di tipo viscerale ecc..
    Addirittura in alcuni casi quando é presente questa patologia é presente anche una disfunzione dell’ articolazione temporo mandibolare.
    Appare evidente quindi, l’importanza di una corretta diagnosi che è essenzialmente clinica ma che, in alcuni casi, può richiedere esami radiologici aggiuntivi per escludere eventuali lesioni muscolare o un interessamento dell’articolazione coxo-femorale ma anche escludere problematiche a carico dei visceri.
    L’esame clinico si basa su alcuni test muscolari di semplice esecuzione basati sulla contrazione e sulla distensione passiva.
    Il trattamento, esclusivamente di tipo conservativo, può protrarsi dalle 2 settimane ai 6 mesi e si conforma ai seguenti criteri:

    •  la tipologia anatomo-clinica
    •  l’età e la motivazione del paziente
    •  il livello sportivo dell’atleta
    •  l’intensità e la tipologia della sintomatologia dolorosa

    deve rispettare i seguenti punti:

    • rinforzo della muscolatura addominale in toto ed in particolar modo dei muscoli obliqui e del terzo inferiore del retto addominale
    • allungamento e detensione della muscolatura adduttoria
    • condizionamento muscolare della muscolatura adduttoria contestuale al progressivo rinforzo della muscolatura addominale
    • condizionamento e rinforzo sinergico della muscolatura addominale, adduttoria e lombare.
  • Frattura del Bacino

    La frattura del bacino è tra le fratture più dolorose e costringe a tempi di recupero molto lunghi. Si osserva sempre più frequentemente per l’aumento di incidenti stradali ma è molto facile riscontrarla anche nelle persone anziane come conseguenza di cadute accidentali.
    Per pianificare il trattamento ed avere un valore oltre che terapeutico anche diagnostico, ci si affida ai due sistemi di classificazione oggi più in uso per le fratture del bacino: il sistema di Tile e il sistema di Young-Burgess (Adams et al., 2007; Burgess et al., 1990; Tile et al., 1995;). Il primo le suddivide in base al grado e alla direzione dell’instabilità mentre Young-Burgess differenzia le lesioni in base al tipo e grado di trauma causale.
    Le fratture del bacino possono portare a complicanze anche molto serie, per tale ragione sono indispensabili una corretta diagnosi ed una tempestività di intervento da parte dei chirurghi ortopedici ma anche una condotta attenta per tutta la durata della fase riabilitativa.

    Il periodo di riabilitazione può variare dai 4 ai 6 mesi ed inizialmente sarà composta soprattutto da esercizi di mobilizzazione passiva e attiva assistita. Inoltre nella fase iniziale l’ idrokinesiterapia può aiutare al recupero della forza.

  • Artrosi dell'Anca (coxartrosi)

    I fattori che causano dolori all’anca possono essere vari ma uno dei più comuni è sicuramente l’artrosi dell’anca o coxartosi, una patologia cronico-degenerativa dell’articolazione dell’anca.
    La coxartrosi è caratterizzata da una perdita progressiva della cartilagine articolare e da uno spazio articolare ridotto e doloroso.
    Tra i fattori predisponenti, oltre all’età, si possono riconoscere la menopausa, l’obesità e l’osteoporosi.
    L’artrosi può essere primitiva, ovvero senza una causa definita (forma che generalmente insorge dopo i 60 anni), o secondaria, ovvero causata da malattie congenite dell’anca, fratture, osteonecrosi, o altre patologie.

    L’esordio tipico della coxartrosi consiste in un dolore inguinale con eventuale irradiazione lungo la faccia anteriore della coscia ad evoluzione progressiva e conseguente limitazione della funzione articolare, proporzionale al grado di degenerazione indotta dalla malattia.
    Il paziente affetto da artrosi dell’anca incontra difficoltà a svolgere normali azioni quotidiane quali scendere le scale, infilarsi le scarpe, accavallare le gambe ma anche semplicemente camminare.
    Il trattamento fisioterapico prevede un trattamento strumentale, la tecarterapia, mirato a ridurre il dolore e l’infiammazione oltre che migliorare le contratture muscolari sui muscoli adduttori, sui flessori dell’anca e sui muscoli rotatori interni ed esterni.

    Nei casi più gravi di artrosi dell’anca, quando la terapia conservativa non risulta sufficiente, è necessario ricorrere ad un intervento chirurgico di protesi d’anca e generalmente lo si consiglia a pazienti oltre i 60 anni perché con l’età la richiesta di prestazioni fisiche è minore.

  • Contrattura e Lesione Ileo-psoas

    L’ileo-psoas è un muscolo esterno della coscia, formato da tre porzioni distinte: grande psoas, piccolo psoas e iliaco e collega la gamba alla colonna vertebrale stabilizzando il corpo e sostenendo la struttura ossea.

    La sua azione è quella di flettere, addurre ed extraruotare la coscia ma anche flettere ed inclinare dal tronco.

    Mentre la lesione è un evento molto raro, la contrattura del muscolo ileo-psoas è assai frequente e si manifesta con un dolore nella regione iliaca che si esacerba in alcuni movimenti riducendo anche le prestazioni sportive.

    La trattamento riabilitativo è mirato alla risoluzione del dolore con terapie fisiche unite alla risoluzione della contrattura muscolare attraverso il massaggio miofasciale.

  • Dolore laterale dell' Anca

    La sindrome dolorosa del gran trocantere o dolore laterale dell’anca, è una condizione sempre più frequente nella popolazione italiana.
    Il dolore viene scatenato da tutti quei movimenti che coinvolgono gli abduttori, ovvero quei muscoli che consentono l’apertura laterale della gamba e che stabilizzano il bacino nel piano frontale.
    Con questa sindrome anche camminare può diventare un problema.
    Poiché i fattori che possono portare al dolore laterale dell’anca sono diversi, tra i quali ad esempio la tendinopatia glutea o problemi ai legamenti capsulari laterali dell’anca ma anche dolori riferiti causati dall’artrosi dell’anca stessa, è importante fare una diagnosi differenziale studiando il paziente nella sua quotidianità e nelle sue abitudini ed analizzandone gli schemi motori spontanei.

  • Protesi d'Anca

    Quando il dolore all’anca è ostinato e sono presenti gravi limitazioni della funzione articolare con un quadro radiografico molto compromesso, il medico specialista vi proporrà un intervento di sostituzione dell’articolazione con protesi.

     

    In genere si consiglia l’esecuzione dell’intervento di protesi d’anca in pazienti oltre i 60 anni, sia in considerazione della durata delle protesi, sia perché con l’età la richiesta di prestazioni fisiche è minore. L’intervento di protesi d’anca permette il recupero di una buona qualità di vita, e la risoluzione del dolore con una durata della protesi che supera i 10 anni nel 90% dei casi.

     

     

    Le protesi d’anca possono essere di 4 tipi:

    • la sostituzione totale o artroprotesi, in cui entrambe le componenti sia femorale che del bacino vengono sostituite;
    • la sostituzione parziale della sola parte femorale o endoprotesi che non sostituisce la componente del bacino;
    • la protesi di rivestimento che riveste la testa del femore usurata senza toglierla che viene applicata quando è possibile, per un’usura modesta e per pazienti più giovani e consente negli anni successivi in previsione della sostituzione della protesi di ricorrere ad un nuovo intervento meno complesso rispetto al caso di una protesi normale;
    • la protesi da revisione, o riprotesizzazione, che prevede la sostituzione di un dispositivo precedentemente impiantato.

     

    La riabilitazione dopo l’intervento di protesi d’anca ha come obiettivi il recupero del movimento articolare, della forza muscolare, della coordinazione e dello schema del cammino.
    Il medico organizzerà l’inizio del percorso riabilitativo già in ospedale a partire dai primi giorni dopo l’intervento di protesi d’anca, con mobilizzazione degli arti assistita dal rieducatore. Il periodo che segue la dimissione dall’ospedale viene impiegato per ripristinare la forza, la motilità e la funzionalità tipica di quel distretto, con un notevole impegno sia da parte del paziente che da parte del rieducatore.
    Il percorso riabilitativo viene svolto in palestra e in piscina, dove il recupero è particolarmente rapido, ed infine sul campo dove viene messo in atto un programma specifico di recupero dei gesti che non si eseguivano più correttamente da tempo e che fanno parte invece della normale vita quotidiana.

  • Riabilitazione per Protesi d'Anca

    La scelta del piano terapeutico di riabilitazione in caso di protesi d’anca deve sempre tener conto  dell’età, delle esigenze sociali e della necessità di un recupero immediato del paziente.

    In generale comunque, dopo una prima fase di riduzione del dolore e di recupero della mobilità articolare si procede al recupero della muscolatura attraverso esercizi di mobilizzazione passiva e attivo-assistita, di rinforzo e di tonificazione muscolare, in forma isometrica e poi progressivamente in controresistenza manuale.

     

    Gli obiettivi della riabilitazione sono: evitare la lussazione dell’impianto, recuperare il più possibile l’articolarità mantenendo un atteggiamento prudente (evitare l’intrarotazione e circonduzioni dell’anca) , prevenire i pericoli che possono derivare da un’immobilità prolungata e recuperare una funzionalità progressivamente maggiore fino a raggiungere l’autonomia.

    La prima fase del programma terapeutico è incentrata sulla riduzione del dolore, attraverso terapie antalgiche (tens, laser, ultrasuoni) e sul recupero dell’articolarità (con gli accorgimenti sopracitati) attraverso massoterapia decontratturante per i glutei, abduttori d’anca, quadricipite e tensore fascia lata e stretching specifico ponendo attenzioni alle posizioni algiche e rispettando le rigidità psicologiche e strutturali.

     

    Eliminato il dolore e migliorata la mobilità articolare è possibile iniziare la seconda fase del protocollo incentrata sul recupero muscolare. Verranno proposti esercizi specifici per il rinforzo dei glutei per favorire la corretta stazione eretta e la deambulazione, del quadricipite e dei muscoli del core dapprima in forma isometrica e poi progressivamente in controresistenza manuale, con zavorre e con l’utilizzo di palloni bobath.

    Recuperata oggettivamente la forza e la deambulazione corretta senza dolore è opportuno concludere il ciclo riabilitativo con l’ultima fase sul campo con l’obiettivo di recuperare lo schema motorio e ritornare al movimento in tutta sicurezza attraverso esercitazioni propriocettive su superfici instabili o base d’appoggio ridotta per il controllo neuromotorio e altre, più caute, per recuperare il gesto atletico specifico (corsa, calcio, salto).

     

  • Riabilitazione per Pubalgia

    Il trattamento riabilitativo per la pubalgia è per lo più conservativa ed ha come obiettivo il recupero funzionale mediante attività fisica. Prevede, passata la fase infiammatoria acuta, il rinforzo dei muscoli addominali e l’allungamento degli adduttori, mediante esercizi di stretching specifici.
    Si tratta di un percorso che inizia con stretching e lavoro posturale, prosegue con il ribilanciamento muscolare attraverso esercizi di rinforzo e si completa con la parte antalgica, cioè le terapie strumentali, gli antinfiammatori e, qualora necessarie, le infiltrazioni.

    Il risultato finale è la scomparsa del sintomo doloroso e il recupero della forza nei distretti muscolari con deficit o danneggiati, che diventano più elastici e contenitivi. La durata della terapia generalmente varia da 1 a 4 mesi.

  • Riabilitazione per Contrattura dell'Ileopsoas

    L’iter riabilitativo prevede una fase iniziale mirata alla risoluzione della contrattura muscolare attraverso il massaggio miofasciale dell’ileopsoas, massaggio decontratturante dei paravertebrali lombari del quadrato dei lombi, del piccolo e medio gluteo e massaggio riflessogeno del piriforme.

    La seconda fase inizierà una volta risolta la contrattura muscolare ed avrà l’obiettivo di riequilibrare la muscolatura: verranno eseguiti esercizi per il rinforzo muscolare unitamente all’attività aerobica.
    Il protocollo termina con il completo recupero del gesto atletico sul campo.

  • Riabilitazione per Lesione del Labbro Acetabolare

    Le lesioni del labbro acetabolare occorrono comunemente come conseguenza di un conflitto femoro-acetabolare (FAI). Il trattamento dopo lesione del labbro acetabolare è per la maggioranza dei casi di indicazione chirurgica artroscopica.

     

    La riabilitazione, soprattutto per gli atleti, può essere complessa e richiede una visita accurata e un approccio sistematico per garantire il ritorno all’attività. Il protocollo terapeutico prevede una prima fase di controllo del dolore, dell’infiammazione e di recupero della mobilità articolare ponendo attenzione a proteggere il tessuto riparato; in questa fase verranno utilizzate terapie fisiche (laser, tens, ultrasuoni), massoterapia drenante e esercizi di stretching selettivo per i muscoli che sottendono ai movimenti dell’anca, come muscoli del ventaglio gluteo, paravertebrali lombari, ileopsoas, flessori di ginocchio e quadricipite con l’obiettivo di recuperare il rom articolare, ripristinare la corretta deambulazione e migliorare il controllo neuromuscolare.

     

    Una volta recuperato il corretto schema del passo (senza dolore) è possibile iniziare la seconda fase del programma terapeutico che ha come obiettivo il recupero dell’endurance e della forza muscolare per migliorare la distribuzione delle forze di carico sull’anca. Verranno eseguiti esercitazioni progressive dapprima a carico naturale poi con l’utilizzo di zavorre e macchine isotoniche per l’incremento di forza del quadricipite, dei flessori, dell’ileopsoas (prevalentemente in eccentrica), dei glutei, dei flessori, degli adduttori (in eccentrica, anche manuale) e dei muscoli del core che permettono di stabilizzare il bacino e migliorare la capacità e il controllo del movimento.

     

    Parallelamente al recupero della forza è fondamentale effettuare attività aerobica consentita per migliorare la resistenza cardiovascolare e ottimizzare il controllo neuromuscolare attraverso esercitazioni su superfici instabili per l’equilibrio e la propriocezione.

    Recuperata oggettivamente la forza e dopo aver corso sul tapis roullant e bouncer senza dolore è possibile iniziare l’ultima fase del protocollo terapeutico in campo con l’obiettivo di migliorare il controllo muscolare dinamico e recuperare il gesto atletico specifico. Verranno effettuate esercitazioni propedeutiche alla corsa retta e curva, balzi, saltelli, esercitazioni specifiche per migliorare l’ammortizzazione dei carichi e per i cambi di direzione per ritornare progressivamente e in tutta sicurezza all’attività sportiva praticata e alla competizione.

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